lunedì, marzo 06, 2006

Riassunto 28/a giornata

Ecco come ogni lunedì la tribuna di Giorgio Tosatti:
Svetta la bionda testa di Nedved e sigilla probabilmente il ventinovesimo scudetto juventino
. Lampi di Pallone d’oro. Come nella Lazio è il goleador delle partite cruciali, dei momenti difficili. L’ultimo a rassegnarsi, l’ultimo a deporre le armi. Accompagna alla natura guerriera una capacità quasi mistica di sacrificio fisico e di dedizione alla causa. Non sarà un gigante, eccederà talvolta in astuzia, ma quando la battaglia è dura, quel piccoletto con la capigliatura da paggio rinascimentale si trasforma: sembra un lupo in caccia. Non segna più molto ma firma gol decisivi: il 2-0 sull’Inter, il primo del trionfo sulla Roma all’Olimpico, questo di Marassi. Dove nessuna delle grandi era passata. Così la Juve, pur senza Ibrahimovic e Trezeguet, mantiene i 10 punti sul Milan e domenica potrebbe chiudere il torneo sia vincendo che pareggiando.
Ancelotti dà saggiamente via libera alle riserve, corre qualche rischio con l’Empoli (chiusissimo) in contropiede, poi lo mette alle corde. Gli ingressi di Pirlo, Kaká e Shevchenko sbloccano la gara, ma il merito maggiore va ad Inzaghi, ancora risolutivo. Ben 7 gol nelle ultime 5 gare, 10 in campionato dove le assenze, gli spiccioli di partita, superano le presenze da titolare. Non c’è, forse, oggi un attaccante così in forma e motivato. Dovrà rendersene conto anche Lippi. Fatale per l’Empoli l’infortunio di Pratali. Dopo la sua uscita il Milan dilaga.
La classifica spiega i 10 punti fra Capello ed Ancelotti: in casa ne han conquistati entrambi 40, la differenza è in trasferta (33 contro 23). Novellino ha ragione a prendersela con la sorte: troppi infortuni fra cui quello fondamentale di Bonazzoli, l’ariete su cui è stata costruita la Samp. Eppoi quella traversa di Volpi. Però esagera quando piange miseria secondo la linea aziendale, giustificando una stagione negativa con la disparità di risorse economiche. Non può rifugiarsi in alibi fasulli. Un anno fa, di questi tempi, la Samp era terza con l’Inter a 16 punti dal tandem Juve-Milan. Ora è ottava a 36 dalla Juve. Le risorse son sempre quelle. Non basta. Ha perso i punti non con le grandi e loro ricchezze ma con rivali di livello economico pari o inferiore. Nel doppio confronto con l’Ascoli (0), Siena (1), Chievo (1), Reggina (3) e Treviso (4) ha ottenuto 9 punti su 30. Con Livorno (0), Udinese (0), Cagliari (0), Parma (1) ne ha conquistato uno su 12. Non conviene cambiar musica e spiegare perché?
La Roma perde i pezzi, non lo spirito. Anche Montella marca visita. Spalletti deve utilizzare Mancini come centravanti e buttare dentro il diciottenne Rosi. La Roma ha, ovviamente, meno penetrazione offensiva. Ma è squadra tecnica, ben organizzata, piena di marpioni. Così all’8’ il brasiliano Mancini aggira Materazzi come se fosse un paracarro e consegna a Taddei la più facile delle palle-gol. Per il Mancini allenatore comincia in salita. Neppure lui è convinto della sua formazione, tanto che al 33’ toglie Kily e inserisce Figo. L’Inter attacca ma la Roma si chiude bene. Pochi rischi per Doni nel primo tempo. I cross dei milanesi sono monopolizzati da De Rossi (gigantesco) e compagni. Mancini toglie il suo principale saltatore (Cruz) e punta dal 18’ sulla velocità di Martins. Doni pasticcia al 22’ e De Rossi salva sulla linea. Via anche Pizarro per Cesar, il rabbioso assedio interista trova il suo premio all’89’ quando Materazzi insacca di testa su corner. Fermo Doni, da tempo dolorante alla spalla destra. Perché non ha chiesto il cambio? Il record della Roma si ferma alla dodicesima tappa dopo una magistrale gara difensiva. Ma Spalletti non ha l’organico del suo fortunato collega. Così la Roma vede interrompersi la sua meravigliosa avventura quando l’aveva quasi condotta in porto.
La Fiorentina riconquista il quarto posto. Faticaccia dei viola col Siena (non lo battevano dal ’39), Toni subito in gol, poi Fiorentina in difficoltà. Esce Toni, Pazzini lo sostituisce e decide (ma l’azione è viziata da un fallo). Con Prandelli, De Canio non la spunta mai. Sonetti, invece, batte finalmente Mazzone. Il Cagliari non vinceva in trasferta dal 28 novembre 2004 e non passava a Livorno dal ’55. Seconda sconfitta interna degli amaranto (21 dicembre col Milan) in calo: 7 pari nelle ultime 9 gare. Il licenziamento di Donadoni non ha cambiato molto la situazione. Colpaccio del Parma a Messina (non capitava dal ’55): siciliani sfortunati ma 3 punti in 6 gare son pochi. Beretta è proprio tabù per Mutti. La Reggina non aveva mai vinto a Treviso: ci riesce al 93’. Va oltre i meriti ma perde Pavarini e Cozza e non si sgomenta. Il Lecce inseguiva un successo da 12 giornate (4 punti): lo coglie a spese del Palermo. Non vince da 11 l’Udinese, bloccata dall’Ascoli. Forse fortuna e arbitro le han tolto qualcosa ma con 5 punti in così tante partite si rischia la B. Il pari della Lazio a Verona è un inno allo spreco.