venerdì, marzo 31, 2006

Il bello del Calcio: Ronaldinho, C.Ronaldo & Ibrahimovic

Lo spot nike di Zlatan Ibrahimovic e Cristiano Ronaldo:



Lo spot nike di Ronaldinho:



Cantona said: "Football is a noble art"

martedì, marzo 28, 2006

Arsenal - Juventus 2-0

Beh che dire, serata nera, nerissima, per la mia Signora!
Una cosa però vorrei dirla, è un piccolo sfogo, c'è modo e modo di perdere una gara, questo era il peggiore, senza realizzare nemmeno un tiro in porta .......
Capello un incapace , la squadra aveva un uomo in meno a centrocampo, infatti l'arsenal giocava a 5, soffriva, ma lui non riusciva a capire, non proponeva nemmeno un accenno di contromossa. Henry a sinistra era preso da Zebina, la cui inutilità è clamorosa, ma quel bravo Balzaretti don Fabio proprio non lo vede, Camoranesi nervoso, ci credo, lo capisco poverino, era sempre preso in mezzo da Reyes e Flamini, erano 3 contro 2 li sulla nostra fascia destra, Capello li fermo non faceva nulla, lo inquadravano con quella faccia da ebete!
Sono ormai un anno e mezzo che lo dico ridatemi Lippi, almeno con lui la squadra giocava, era la Juventus ad imporre il proprio gioco agli avversari, me ne frego di Capello e delle sue vittorie, quasi due scudetti, che vada a Madrid e si porti Zebina ..... rivoglio il Marcello !!!

domenica, marzo 26, 2006

Strepitosa Vittoria di Loris CAPIROSSI e della DUCATI a JEREZ

EREZ (Spagna), 26 marzo 2006 - Un Loris Capirossi straordinario e una Ducati competitiva, in grado di assecondare le acrobazie del suo campione. C'è tanta Italia e tanto rosso nel primo GP dell'anno della classe MotoGP disputato a Jerez. Loris ha completato alla grande il suo fine settimana magico: dopo la pole position di ieri, oggi ha conquistato la vittoria battendo un ragazzo su cui ormai sembrano esserci pochi dubbi, Daniel Pedrosa. Il 20enne della Honda, al primo GP della carriera nella classe regina, gli ha tenuto testa fino alla fine prima di accontentarsi del secondo posto. Il futuro è suo.Oggi però la scena è tutta per Loris. Partito in testa, lì è rimasto fino alla fine. Anche quando Pedrosa si è liberato di Hayden (poi terzo a conferma che la Honda ufficiale è tornata su livelli altissimi) e lo ha avvicinato mettendosi in scia, non si è mai scomposto. Ha tirato, ha tenuto alto il ritmo, malgrado una moto che è parsa meno stabile rispetto a quella del rivale, nel finale ha allungato e chiuso davanti agevolmente, il loro duello ha entusiasmato i 131.000 di Erez. Il gran giorno della Ducati è stato solo un filino offuscato dal ritiro dopo pochi giri di Sete Gibernau, tradito dal cambio.

lunedì, marzo 13, 2006

MotoGP, la Ducati fa paura

Capirossi e Gibernau chiudono i tre giorni di Test MotoGP davanti a tutti sia con gomme da gara che con pneumatici da qualifica.
Jerez, 13 marzo 2006 - Avevano lasciato la pista di Montmelò, dopo tre giorni di test, con una gerarchia di prestazioni ben definita che si poteva riassumere così: la Yamaha (e in particolare Valentino Rossi) veloce e costante, il resto della MotoGP in crisi nera o quasi. Adesso, dopo altre tre giornate di lavoro a Jerez, gli stessi protagonisti si ritrovano con le carte mischiate. A favore delle moto gommate Bridgestone e, soprattutto, della velocissima Ducati.
Loris Capirossi e il suo compagno di squadra Sete Gibernau in cima alla lista dei tempi, con l'imolese che si è permesso di battere il tempo che nel 2005 regalò la pole a Rossi. Entrambi in grado, con gomme usate, di simulare un GP a ritmi notevoli. Seguiti da vicino dalle Kawasaki, dotate delle stesse coperture. Tant'è che Shinja Nakano è risultato il più rapido sabato. Il tutto sulla pista che il 26 marzo ospiterà il via della stagione iridata.
Loris ha migliorato di nuovo il record della pista con gomme da gara e, con coperture da qualifica, ha anche "limato" il tempo della Pole Position dello scorso anno. Ottimo lavoro anche per Sete, che ha continuato positivamente il suo affiatamento con la sua nuova squadra. Adesso entrambi i piloti non vedono l'ora di iniziare la stagione di gare.
Ci sarebbe di che preoccuparsi, per gli altri. E infatti Rossi si preoccupa. "Il bilancio di questi tre giorni è negativo - ha detto Vale -. Abbiamo vibrazioni all'anteriore che mi impediscono di guidare". Non meglio è andata alle Honda, che possono però aggrapparsi a un Daniel Pedrosa lucido e costante: ha chiuso 4°, con un buon ritmo gara. Più in crisi Marco Melandri. "Eravamo messi malissimo, alla fine abbiamo provato le Michelin 2006 ed è stato un bel passo in avanti".

Riassunto 29/a giornata

Ecco la tribuna di Giorgio Tosatti:
La Juve respinge l’assalto del Milan
con una partita cinicamente difensiva. Mantiene i dieci punti di vantaggio e ipoteca lo scudetto, ma non va oltre una gestione ragionieristica della sfida. Il risanato Buffon e l’onnipresente Emerson ne sono i pilastri. Il Milan fa una figura assai migliore: gli serva da viatico per la Champions. Era da quaranta partite che i campioni non rimanevano senza gol, ma è un piccolo neo in una tappa decisiva verso la vetta. La Juve affronta la sfida più importante del campionato con un handicap pesante. Non ha i suoi due più forti uomini di fascia, Zambrotta e Camoranesi, tenuto in panchina, non a caso inamovibili pilastri della nazionale. Proprio contro incursori come Serginho (ispiratore di tanti gol rossoneri) e Stam. Proprio contro il miglior attacco europeo formato da levrieri come Shevchenko, Inzaghi e Kaká. Gente micidiale in contropiede ed abilissima nel farsi largo in spazi chiusi, grazie allo sprint, la tecnica, la rapidità di gambe e cervello.

Capello lascia fuori il giovane Balzaretti
affidandosi a Zebina e a Chiellini, fuori da diverse settimane. Atleti di potenza e di spinta: sapranno cavarsela contro scattisti così raffinati? La Juve rischia soprattutto sulla fascia destra dove Mutu deve contenere Serginho e proteggere il francese. Certo alla Juve basta il pari, tatticamente è un vantaggio. Ma in gare simili conta fino ad un certo punto: decidono la forma (favorevole al Milan), la voglia di prevalere, la carica agonistica. Il terreno è infame, indegno di una gara seguita in tutto il mondo. Le zolle volano, si aprono buche rimesse a posto dagli inservienti. Ridicolo. Dopo 13’ il Milan perde Stam: interviene duro su Chiellini, prende il giallo e si fa male. Dentro Costacurta, veterano eternamente giovane. Nella Juve il più pericoloso è Mutu. Il Milan va vicino al gol con Shevchenko e Inzaghi, preceduto da Buffon in uscita, disturbato da Cannavaro in area, scivolato sotto porta dopo una serie di buchi difensivi iniziati da Thuram. La Juve subisce.
Lo sfidante deve vincere, ci prova
, ma non fa abbastanza per riuscirci. Il primo tempo non cambia né la classifica né la sorte dello scudetto. Come col Werder, Ibrahimovic produce poco. Capello lo lascia negli spogliatoi e richiama Del Piero affidandogli la guardia di Pirlo. Ci si attende una ripresa di fuoco, invece il ritmo cala. La Juve custodisce i suoi dieci punti tentando qualche affondo in contropiede. Mutu non prende in considerazione l’idea di passare qualche pallone ai compagni. Marcature strette, spazi chiusi. Il Milan fatica a liberarsi di questo abbraccio soffocante. Shevchenko gioca troppo arretrato. Però ogni tanto un buco si apre. Al 20’ Kaká mette Inzaghi davanti a Buffon: uscita stupenda del portierone. Col Milan si è giocato mezza stagione, col Milan dimostra di essere tornato quello di prima. Risolve una situazione difficile anche un minuto dopo.
Nella mischia susseguente ad un corner il tiro di Nesta
sbatte contro il braccio di Emerson: De Santis giudica l’episodio involontario e probabilmente ha ragione. L’arbitro (permissivo con Vieira) non può fare a meno di espellere Gattuso al 23’. Già ammonito, falcia Nedved e poi se la prende col mondo. Se pur in dieci (Gilardino ha sostituito Inzaghi) il Milan mette la Juve alle corde. Ha un’altra freschezza atletica. Ancelotti rimpiazza Seedorf con Ambrosini, sperando nella sua bravura sui palloni alti. L’attacco bianconero è evanescente. Non dà mai la sensazione di poter trarre profitto dalla superiorità numerica. Dida fa, praticamente, lo spettatore.

giovedì, marzo 09, 2006

Chi sono i veri polli malati ?

Intorno ad un virus che alberga da sempre nell'organismo dei volatili, l'H5N1, si è costruito in pochi mesi un allarme planetario, un'emergenza che l'Europa affronta investendo milioni di euro per fare incetta di farmaci e prenotando vaccini che ancora non esistono e per la quale George Bush negli Stati Uniti spenderà 7 miliardi di dollari e dispiegherà l'esercito. A questo punto è utile cercare di capire il contesto in cui questa ennesima 'emergenza' si è diffusa gettando nel panico intere popolazioni e per far questo è altresì utile fare il punto sugli avvenimenti che hanno preceduto il momento attuale.
Nel 2002, tutti si ricorderanno, scoppia il caso 'antrace': il bacillo del carbonchio, che provoca appunto l'antrace, diventa una minaccia globale in seguito alla caduta delle Torri Gemelle a New York e alla guerra preventiva al terrorismo annunciata dagli Stati Uniti. Si diffonde in pochi mesi il panico in tutto il mondo, i media e i governi affermano che chiunque, in qualunque momento, avrebbe potuto seminare la famosa 'polverina bianca' infetta provocando la morte di milioni di persone. Negli Usa tutti i militari vengono obbligati a ricevere il vaccino antiantrace, farmaco sperimentale dai pesantissimi effetti collaterali e prodotto dalla Bioshield, azienda nella quale esponenti del governo americano hanno partecipazioni; nel resto del mondo si fa incetta di vaccini che nessuno poi ha mai utilizzato, ci si assicurano quantitativi enormi di Cipro, un antibiotico prodotto in esclusiva dalla Bayer, che, grazie a vendite stratosferiche di questo farmaco, risolleva le sue sorti economiche e finanziarie ed evita il tracollo facendo lievitare le proprie quotazioni in borsa. Per mesi e mesi in Italia le città vengono sconvolte da allarmi e quarantene ogni qualvolta qualcuno vede fuoriuscire polverina bianca da un pacco, da una busta o da un contenitore.
Dopo qualche mese, e siamo tra il 2002 e il 2003, si scatena l'allarme sul vaiolo, malattia ormai eradicata che, però, governi e media affermano, potrebbe essere disseminata in qualunque momento da terroristi senza scrupoli che vogliono provocare stragi. Il panico si alimenta dei messaggi allarmistici, la gente fa la fila fuori dalle farmacie per chiedere di acquistare il vaccino antivaioloso, prodotto ormai non più in vendita, ma di cui l'allora ministro della sanità Girolamo Sirchia si affretta a fare incetta usufruendo del fatto che nel frattempo le ditte farmaceutiche avevano ripreso la produzione per soddisfare anche le richieste che provenivano da altre parti. Si rimpinguano le scorte, anche se nessuno dice che, se veramente la minaccia fosse rappresentata, come si dice, da un ipotetico virus geneticamente modificato dai terroristi, il vaccino conosciuto non servirebbe a nulla. Quando si chiudono i capitoli di spesa e si verifica che tutti abbiano avuto la loro parte, l'allarme cessa di colpo. I media non parlano più di antrace o vaiolo, i governi dimenticano di essersi preoccupati e passano ad altro, la gente oggi fatica persino a ricordare che cosa sia l'antrace.
Tra il 2003 e il 2004 l 'attenzione si sposta sull'allarme successivo: la Sars. Ogni giorno, mille volte al giorno, sugli schermi televisivi e nelle fotografie sui giornali vengono proposte immagini di persone protette da mascherine, gli esperti consigliano persino di pigiare i pulsanti dell'ascensore solo dopo avere indossato i guanti e si comincia a parlare di una nuova "geniale" ipotesi: la temuta pandemia influenzale, cioè un micidiale virus che nessuno sa quando arriverà nè cosa potrà mai essere, ma che certamente prima o poi farà la sua comparsa e farà milioni di morti. L'ipotesi è geniale perchè in grado di gettare nel panico, nella psicosi, nell'angoscia popolazioni intere senza che ci sia il bisogno di identificare e mostrare ciò che costituirebbe la minaccia. Non c'è nemmeno bisogno di identificare e mostrare un virus trovato e studiato, affermando che di quello si deve avere paura; no, è sufficiente affermare che prima o poi un virus che ancora non esiste arriverà e che sarà micidiale. Più semplice di così...
E arriviamo all'estate 2005. Nei primi mesi dell'anno l'accenno alla cosiddetta influenza aviaria fa una prima comparsa sui giornali, ogni tanto qualcuno ne parla, ma siamo ancora tra la fine dell'inverno e la primavera. Poi d'improvviso il martellamento mass-mediatico si fa dirompente, le pagine dei quotidiani si riempiono di fotografie di anatre, polli e pappagalli morti, ricompaiono le mascherine bianche e ricompare l'allarme pandemia. Nel 2005 non è più la Sars il candidato, ma diventa un virus che alberga da secoli nell'organismo dei volatili e che quindi è molto semplice da cercare e trovare esaminando i tessuti delle anatre, dei polli e degli uccelli: l'H5N1, che fa parte di una "famiglia" assai più vasta di virus dei polli, la maggior parte praticamente innocui per la specie umana. Nell'H5N1, individuato in alcuni polli negli allevamenti intensivi del sud est asiatico, si riconosce il nuovo nemico dell'umanità e il monito che si diffonde massiciamente è: "è in arrivo una tremenda pandemia, a causarla potrebbe essere il virus dell'influenza aviaria, e quando arriverà farà sicuramente milioni di morti". Durante l'estate e l'autunno 2005 si genera l'equivoco, voluto o meno: all'aviaria viene dato il nome di influenza, la gente si confonde, i medici non fanno molto per sanare il malinteso, ed esperti e governi finiscono, ancora una volta, per sollecitare tutta la popolazione a vaccinarsi in massa contro la normale influenza stagionale. Poi però proprio la Cochrane Vaccines Field (uno dei maggiori centri di ricerca a livello nazionale proprio sui vaccini), per bocca del portavoce in Italia Tom Jefferson, afferma: "Vaccinarsi contro l'influenza stagionale non serve assolutamente a nulla se si parla di aviaria. Anzi, dirò di più: il diffuso allarmismo è sospetto e assomiglia ad una colossale montatura".
Identificare un unico nemico (l'H5N1) significa naturalmente dare la possibilità a chi produce farmaci e vaccini di focalizzare energie, denaro e attenzione in un'unica, proficua direzione. E così è stato. In Italia il ministro Storace ha concordato con le ditte farmaceutiche il diritto di prelazione su 35 milioni di dosi di un vaccino che ancora non esiste (potrebbe venire prodotto solo se comparisse un virus pandemico, che oggi ancora non c'è) , stanziando 5 milioni e mezzo di euro; altri 50 milioni di euro sono stati stanziati per fare scorta di farmaco antivirale, poco efficace, ma estremamente redditizio per la Roche , che produce in esclusiva il Tamiflu, prescelto come unico antivirale da usare contro i virus aviari; presunti esperti di aviaria hanno invitato a metà ottobre l'Unione Europea a finanziare le ditte con 150 milioni di euro per sviluppare 'prototipi' di vaccino; negli States George W. Bush ha chiesto al congresso di sborsare 7 miliardi di dollari per acquistare farmaci, prenotare vaccini e mobilitare l'esercito.
Chi, quanti e dove sono quei morti che ogni tanto vengono citati dai giornali? Sono in tutto 60 persone negli ultimi 3 anni (su circa 6 miliardi di persone nel mondo) che, stando a strettissimo contatto con polli in allevamenti intensivi di 4 paesi del sud est asiatico senza la minima osservanza di principi di igiene, hanno contratto il 'vero' H5N1, cioè il virus aviario, incapace di generare epidemie di sorta, ma che dalla gallina può essere trasmesso all'uomo in condizioni di vita precarie, così come il carbonchio degli animali può passare all'uomo se si usano le pelli infette, così come alcuni virus di cani e gatti possono passare all'uomo se non vengono osservate banali norme igieniche. E sono secoli che, in quelle precarie condizioni igieniche, alcuni virus aviari passano dai volatili all'uomo. Ma quell'H5N1, non ricombinato e quindi non pandemico, non ha alta contagiosità e non può passare da uomo a uomo, condizione indispensabile affinchè si possa parlare di epidemia o pandemia.
Allora, bisognerebbe chiedersi quale sia la ragione per la quale, se la pandemia non esiste e nessuno sa nemmeno se e quando arriverà, il panico si sia già radicato in gran parte della popolazione. "Molte affermazioni allarmistiche - osserva il mensile Altroconsumo - sono emerse da un convegno sull'influenza tenutosi a Malta alla metà di settembre. Il convegno era sponsorizzato dalle aziende produttrici di vaccini antinfluenzali e di farmaci antivirali. Tra queste la Roche. E le previsioni che hanno permesso di annunciare che "prima o poi una pandemia ci sarà" sono basate sulle considerazioni teoriche degli epidemiologi, che sostengono come "ogni 40 anni, più o meno, si dovrebbe verificare un'epidemia influenzale". Inoltre, spiega sempre la dottoressa Gismondo, "la nostra popolazione non è più quella di 40 anni fa od 80 anni fa, è meglio nutrita e pulita, così come sono all'avanguardia i nostri mezzi di contenimento". Il direttore generale dell'Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha detto: "Non si sa quando, ma una pandemia si verificherà. Manca solo una condizione alla realizzazione di questo evento: un virus in grado di trasmettersi rapidamente da uomo a uomo". Ebbene, secondo lo stesso principio, si potrebbe validamente affermare: "Non so quando, ma diventerò miliardario. Manca solo una condizione essenziale: che prima o poi scopra l'esistenza di un parente ricco che mi ha inserito nel suo testamento".
Altre riflessioni interessanti sono proposte da Vittorio Demicheli, della Cochrane Vaccines Field: “Le decisioni che riguardano la salute della popolazione, vaccinazioni comprese, comportano gravi responsabilità e non possono certo essere basate su ipotesi, opinioni o pressioni interessate. (…) Decidere di vaccinare un terzo della popolazione italiana con il vaccino antinfluenzale attuale è una scelta discutibile. (…) Le industrie poi hanno fatto questa proposta, autodefinita come ‘etica’: in caso di pandemia il vaccino sarà distribuito tra i vari Paesi in modo proporzionale alle quantità consumate ogni anno. In altri termini: chi vuole avere il vaccino deve impegnarsi subito a consumare, ogni anno e per sempre, almeno un terzo della quantità che sarebbe sufficiente per tutta la popolazione. Questa è la proposta cui il nostro Paese ha aderito inserendo, già nella circolare relativa alla campagna vaccinale 2005, l’obiettivo di vaccinare almeno il 33% della popolazione”. Una manovra che si fatica duramente a definire etica. Le ditte attuano una sorta di ricatto, cioè: Hai paura della pandemia e vuoi assicurarti una certa quantità del vaccino che semmai nascerà? Bene, allora impegnati subito, ora e per sempre, a vaccinare contro l’influenza chi più puoi e noi ti venderemo tanto vaccino antipandemico quanto vaccino antinfluenzale tu avrai nel frattempo somministrato, raggiungendo almeno un terzo della popolazione totale. Eppure le ditte, anche se hanno ormai quasi totale mano libera, non sono ancora del tutto tranquille. Rimane infatti lo spettro delle cause che alcuni potrebbero intentare contro di loro se danneggiati dal vaccino (in Italia l’indennizzo lo paga lo Stato, ma negli Stati Uniti a sborsare sono direttamente le ditte farmaceutiche). Allora, ecco che nasce l’idea: lo scorso 7 ottobre il presidente Bush ha ricevuto alla Casa Bianca una delegazione di imprenditori farmaceutici e ricercatori impegnati nella produzione di vaccini per combattere i virus dei polli. Gli imprenditori gli hanno chiesto di ottenere l’assoluta immunità dalle cause legali che possono nascere per gli effetti collaterali dei vaccini. Detto e fatto. Già a novembre nasce il progetto di legge federale (la numero S. 1873) che punta a concedere alle ditte la totale protezione dalle cause legali in caso di danni dovuti a vaccini aviari somministrati agli americani. La legge ha un nome nobile, “Biodifesa, vaccino pandemico e sviluppo di farmaci”, ma in realtà nella sostanza impone agli americani di ricevere vaccinazioni contro una malattia che ancora non esiste e li priva del diritto costituzionalmente garantito di adire in giudizio in caso di danno o morte. L’obiettivo della legge è anche quello di impedire ai cittadini di appellarsi al Freedom of Information Act e altre leggi simili per scoprire se il nuovo vaccino (quando sarà prodotto) sia efficace e sicuro e se qualcuno abbia manifestato reazioni avverse.
Dr. Claudia Benfatti – tratto da Nexus ed. italiana nr. 59

mercoledì, marzo 08, 2006

Champions: Juventus-Werder 2-1, bianconeri ai quarti

TORINO. La Juventus approda ai quarti di finale della Champions League. Dopo aver perso per 3-2 la gara d'andata in Germania, la squadra bianconera ha ribaltato il punteggio nella gara di ritorno imponendosi al Delle Alpi per 2-1. Werder in vantaggio al 13' del primo tempo con Micoud, bravo a sfruttare un'indecisione della difesa bianconera e a battere Buffon con un morbido pallonetto. La squadra di Capello prova a reagire, ma la bravura del portiere tedesco Wiese e l'imprecisione di Trezeguet e Ibrahimovic impediscono ai bianconeri di trovare il gol nel primo tempo. Al 20' della ripresa però Trezeguet sfrutta al meglio un'incursione di Nedved e firma il pareggio. Il finale è convulso, gli attacchi della Juventus sembrano infrangersi sul muro difensivo del Werder, ma all'88' è proprio Wiese, perfetto fino a quel momento, a regalare ad Emerson il gol della vittoria: il brasiliano non ci pensa due volte e deposita nella porta sguarnita.
La Juve non muore mai ! Stasera la squadra ha gettato il cuore oltre l'ostacolo, grandissimi !

lunedì, marzo 06, 2006

Riassunto 28/a giornata

Ecco come ogni lunedì la tribuna di Giorgio Tosatti:
Svetta la bionda testa di Nedved e sigilla probabilmente il ventinovesimo scudetto juventino
. Lampi di Pallone d’oro. Come nella Lazio è il goleador delle partite cruciali, dei momenti difficili. L’ultimo a rassegnarsi, l’ultimo a deporre le armi. Accompagna alla natura guerriera una capacità quasi mistica di sacrificio fisico e di dedizione alla causa. Non sarà un gigante, eccederà talvolta in astuzia, ma quando la battaglia è dura, quel piccoletto con la capigliatura da paggio rinascimentale si trasforma: sembra un lupo in caccia. Non segna più molto ma firma gol decisivi: il 2-0 sull’Inter, il primo del trionfo sulla Roma all’Olimpico, questo di Marassi. Dove nessuna delle grandi era passata. Così la Juve, pur senza Ibrahimovic e Trezeguet, mantiene i 10 punti sul Milan e domenica potrebbe chiudere il torneo sia vincendo che pareggiando.
Ancelotti dà saggiamente via libera alle riserve, corre qualche rischio con l’Empoli (chiusissimo) in contropiede, poi lo mette alle corde. Gli ingressi di Pirlo, Kaká e Shevchenko sbloccano la gara, ma il merito maggiore va ad Inzaghi, ancora risolutivo. Ben 7 gol nelle ultime 5 gare, 10 in campionato dove le assenze, gli spiccioli di partita, superano le presenze da titolare. Non c’è, forse, oggi un attaccante così in forma e motivato. Dovrà rendersene conto anche Lippi. Fatale per l’Empoli l’infortunio di Pratali. Dopo la sua uscita il Milan dilaga.
La classifica spiega i 10 punti fra Capello ed Ancelotti: in casa ne han conquistati entrambi 40, la differenza è in trasferta (33 contro 23). Novellino ha ragione a prendersela con la sorte: troppi infortuni fra cui quello fondamentale di Bonazzoli, l’ariete su cui è stata costruita la Samp. Eppoi quella traversa di Volpi. Però esagera quando piange miseria secondo la linea aziendale, giustificando una stagione negativa con la disparità di risorse economiche. Non può rifugiarsi in alibi fasulli. Un anno fa, di questi tempi, la Samp era terza con l’Inter a 16 punti dal tandem Juve-Milan. Ora è ottava a 36 dalla Juve. Le risorse son sempre quelle. Non basta. Ha perso i punti non con le grandi e loro ricchezze ma con rivali di livello economico pari o inferiore. Nel doppio confronto con l’Ascoli (0), Siena (1), Chievo (1), Reggina (3) e Treviso (4) ha ottenuto 9 punti su 30. Con Livorno (0), Udinese (0), Cagliari (0), Parma (1) ne ha conquistato uno su 12. Non conviene cambiar musica e spiegare perché?
La Roma perde i pezzi, non lo spirito. Anche Montella marca visita. Spalletti deve utilizzare Mancini come centravanti e buttare dentro il diciottenne Rosi. La Roma ha, ovviamente, meno penetrazione offensiva. Ma è squadra tecnica, ben organizzata, piena di marpioni. Così all’8’ il brasiliano Mancini aggira Materazzi come se fosse un paracarro e consegna a Taddei la più facile delle palle-gol. Per il Mancini allenatore comincia in salita. Neppure lui è convinto della sua formazione, tanto che al 33’ toglie Kily e inserisce Figo. L’Inter attacca ma la Roma si chiude bene. Pochi rischi per Doni nel primo tempo. I cross dei milanesi sono monopolizzati da De Rossi (gigantesco) e compagni. Mancini toglie il suo principale saltatore (Cruz) e punta dal 18’ sulla velocità di Martins. Doni pasticcia al 22’ e De Rossi salva sulla linea. Via anche Pizarro per Cesar, il rabbioso assedio interista trova il suo premio all’89’ quando Materazzi insacca di testa su corner. Fermo Doni, da tempo dolorante alla spalla destra. Perché non ha chiesto il cambio? Il record della Roma si ferma alla dodicesima tappa dopo una magistrale gara difensiva. Ma Spalletti non ha l’organico del suo fortunato collega. Così la Roma vede interrompersi la sua meravigliosa avventura quando l’aveva quasi condotta in porto.
La Fiorentina riconquista il quarto posto. Faticaccia dei viola col Siena (non lo battevano dal ’39), Toni subito in gol, poi Fiorentina in difficoltà. Esce Toni, Pazzini lo sostituisce e decide (ma l’azione è viziata da un fallo). Con Prandelli, De Canio non la spunta mai. Sonetti, invece, batte finalmente Mazzone. Il Cagliari non vinceva in trasferta dal 28 novembre 2004 e non passava a Livorno dal ’55. Seconda sconfitta interna degli amaranto (21 dicembre col Milan) in calo: 7 pari nelle ultime 9 gare. Il licenziamento di Donadoni non ha cambiato molto la situazione. Colpaccio del Parma a Messina (non capitava dal ’55): siciliani sfortunati ma 3 punti in 6 gare son pochi. Beretta è proprio tabù per Mutti. La Reggina non aveva mai vinto a Treviso: ci riesce al 93’. Va oltre i meriti ma perde Pavarini e Cozza e non si sgomenta. Il Lecce inseguiva un successo da 12 giornate (4 punti): lo coglie a spese del Palermo. Non vince da 11 l’Udinese, bloccata dall’Ascoli. Forse fortuna e arbitro le han tolto qualcosa ma con 5 punti in così tante partite si rischia la B. Il pari della Lazio a Verona è un inno allo spreco.